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Il Palazzo cosiddetto degli Acaja – Palazzo Vastamiglio
Nel corso dei secoli molti storici e appassionati hanno fornito una ricostruzione diversa del palazzo che, di conseguenza, per decenni è stato definito dei principi d’Acaja[1].
Pare in realtà, improbabile, alla luce di recenti studi, che proprio i principi d’Acaja abbiano costruito e abitato il palazzo ancora visibile nell’omonima via pinerolese e anzi, parrebbe che tale attribuzione sia figlia dell’erudito Domenico Lorenzo Garola[2].
Tuttavia la struttura rimane uno dei pochi mirabili esempi di architettura trecentesca nel circondario. L’edificio si sviluppa su cinque piani e si caratterizza per la presenza di due giardini, uno al piano seminterrato e un altro più in alto. Mirabile il salone d’onore con pareti affrescate a grisaille successivi al XV Secolo e rappresentanti motivi vegetali e scene belliche riguardanti casa Savoia e il Beato Amedeo IX.
Sul tetto sono ancora visibili pochi resti di una torre cilindrica merlata, che appare nelle stampe settecentesche di Pinerolo. Le migliori ricerche sul sito sono state effettuate dallo storico Marco Calliero, il quale precisa come “Secondo i catasti del 1428, esso era tangente la cinta muraria duecentesca a nord ed era, a est, delimitato via Nova, che in tali adiacenze intersecava la porta urbica detta porta Dorerii […] Il palazzo, come espresso poc’anzi, ha pianta ad U, con il lato aperto rivolto verso ovest, e si sviluppa complessivamente su cinque piani. Il seminterrato comprende due sale voltate a botte e una terza sorretta da un pilastro che quadripartisce il soffitto, in maniera irregolare, in quattro voltini a vela di dimensioni differenti l’una dall’altra; da questa sala si accede ad un giardino , in cui, alla sinistra, è ancora presente un pozzo in mattoni. Il piano seminterrato ha una struttura a L: sono presenti infatti solo il corpo ad est e la manica sud, quella che si trova a livello della strada pubblica, ma sotto il livello della corte interna, per effetto della pendenza naturale del terreno. Il piano cortile presenta sulla manica sud un porticato che si apre sul cortile interno; il porticato, soffittato con travature lignee, è ad archi a tutto sesto poggianti su colonne in mattone nudo con capitello lapideo scolpito a volute. Sul cortile si ha inoltre il primo accesso al locale scale addossato alla parete est, costruito nell’Ottocento per ospitare la nuova e più ampia scalinata che avrebbe obliterato quella un tempo nella torre rotonda, denominata “viretto” , troppo angusta e mal praticabile quando l’edificio fu adibito ad ospedale. Alla scala nella torre si accedeva passando dalla stalla se si arrivava a cavallo, oppure dalla corte interna, limitata da muretto e cancello fino a quando la via pubblica non è stata chiusa. Nella manica su strada del primo piano, dal lato rivolto verso il cortile interno, si apre una loggia con tetto a spiovente, il cui piano di calpestio è costituito dalla soffittatura lignea del porticato sottostante. Anch’essa presenta un soffitto ligneo a travature, che termina sul lato verso il cortile con una trabeazione, ancora in legno, poggiante su colonne in mattoni a vista sormontate da capitelli di pietra a struttura quadrangolare, con gli spigoli smussati e, in quelli alle estremità, occupati da decorazioni fogliacee. Quasi tutti i locali dei cinque piani sono stati controsoffittati, ma in alcuni di essi parte della controsoffittatura ha ceduto, lasciando a vista più o meno estese porzioni dei soffitti originali. Come si avrà poi occasione di rimarcare, parte della controsoffittatura nell’angolo sud-ovest della grande sala nella manica su strada, una delle poche a non essere stata tramezzata nel Novecento, ha ceduto, lasciando a vista il soffitto a travature lignee. Un altro cedimento, che ha consentito l’emergere di una simile soffittatura, si è avuto in una delle altre sale vicine, come pure nella manica nord dell’edificio dove, nella sala opposta al loggiato, è emerso un soffitto con volte a crociera costolonate, con le quattro vele divise da nervature in mattoni. Il secondo ed il terzo piano presentano nuovamente, in pianta, una struttura ad L, poiché, in corrispondenza del secondo piano, la manica su strada è coperta dal tetto a spioventi che termina sul lato ovest con la merlatura ghibellina. Sul lato ad esso opposto si trova il salone alle cui pareti sono gli affreschi a monocromo; sebbene originariamente constasse di un unico ambiente, tramezzature novecentesche lo suddividono attualmente in un corridoio a L e cinque stanze di dimensioni diseguali. Come si avrà modo di far notare ancora in seguito, un cedimento della struttura del controsoffitto ad est lascia intravedere anche qui porzioni di travature lignee; sebbene quello visibile non sia originario, è tuttavia verosimile pensare che ligneo fosse anche il primitivo soffitto. Sullo stesso lato, in corrispondenza sia di questo piano che di quello sottostante, è stata aggiunta una balconata. Il collegamento a questa manica era originariamente garantito da usci interni; al secondo piano si intravede una probabile traccia della porta – attualmente tamponata – che conduceva nella sala affrescata, e situata all’inizio della parete est, immediatamente alla destra dell’attuale ingresso: nella fotografia Santini si notano elementi aggettanti, forse parte degli stipiti, oggi rasati e sostituiti da una tamponatura in cemento. Sul tetto è ancora visibile il mozzicone della torre cilindrica, pure coronata da merli, come appare in tutte le stampe seicentesche della città.
Il Trecento non ci ha tramandato alcun dato storico riguardante il palazzo “Acaia”. In compenso i catasti del 1428 lo descrivono essere, come abbiamo visto, un palazzo privato costituente un piccolo isolato di forma triangolare, che al suo interno comprendeva, tra le altre cose, un forno denominato “del Monte Pepino”, inoltre inserito in un contesto molto variegato, sorgendo in un’area piuttosto scoscesa, appoggiato alle mura urbiche, affiancato inoltre da una cappelletta affiancata da alcune botteghe e alla vicina porta urbica denominata “porta Dorerii”. Il complesso edilizio si componeva di numerose domus ossia abitazioni, che nel nostro caso sarebbe più corretto chiamare appartamenti, visto che quasi tutte erano riconducibili al nostro palazzo, agli effetti pratici un condominio. Alcuni dei suoi proprietari, nel 1428, erano mercanti milanesi, altri erano piemontesi, ma in nessun caso si scorgono legami con i principi d’Acaia. Non si hanno notizie sull’utilizzo del palazzo nel Cinquecento. Una fonte documentaria del 1664 dichiara che tale edificio situato tra il Borgo e la “ruata degli Angelini” (odierna via Principi d’Acaia alta), già del conte Mede di Campiglione, era all’epoca posseduto dall’Ospedale grande di Pinerolo, che a sua volta lo affittava al signor Ludovico Solaro. Tuttavia non si sa da quale anno sia passato a tale ente di beneficenza. Anche nel 1758 e 1764 si ha notizia di una casa adibita a ospedale per i poveri, situata poco sopra il convento di San Francesco. Quest’ultima segnalazione diventa meno vaga nel 1775, allorquando un nuovo catasto savoiardo dichiara che l’edificio è proprietà dell’ospedale di San Giacomo in Pinerolo. In seguito (1815 ca.), esso risulta adibito a ospedale dei poveri, esistendo certa documentazione relativa a calcoli per riparazioni necessarie all’abitabilità «dell’antico ospedale presso Santa Chiara». Altre notizie, lievemente contrastanti, dichiarano che dal 1801 l’ospedale degli infermi passa dal palazzo “dei Principi” al collegio dei Gesuiti, presso la chiesa di San Giuseppe. In questi anni a cavallo fra la dominazione francese e l’età della Restaurazione, precisamente dal 1801 al 1836, il nostro palazzo viene affittato dalla Congregazione di Carità ad alcuni privati; dallo stesso 1836 vi si installa l’Ospizio dei Catecumeni (nel quale, non di rado, trovavano ospitalità anche i seminaristi diocesani). Tra il 1859 e 1861 la sua precedente funzione viene estesa a ricovero di mendicità sia per cattolici, sia per protestanti. Da qui, progressivamente, subisce le conseguenze di un lento declino strutturale: gradualmente frazionato in alloggi di limitata metratura, esso viene sempre più utilizzato, dal secondo dopoguerra ad oggi, come edificio-parcheggio per immigrati in attesa di miglior destinazione abitativa. Da una decina d’anni a questa parte, è completamente disabitato e versa in più che precario stato di conservazione.”[3].
Da segnalare, in ogni caso, come, dopo alcuni decenni di abbandono, negli ultimi anni il palazzo sia stato riaperto alle visite e siano in corso progetti per il restauro conservativo di porzioni del sito.
L’edificio fu edificato per volere di Ludovico d’Acaja al fine di essere destinato a sede della Curia Pineroliensis (tribunale) nel 1451. In seguito, nel 1713, Vittorio Amedeo II, appena divenuto Re di Sicilia, vi installò il Senato del Pinerolese con giurisdizione su tutto il Piemonte.
La struttura odierna si presenta con la medesima conformazione di quella originaria, essendo stato oggetto di studi specifici da parte del D’Andrade a fine ‘800 ed avendo subito un restauro nel 1961 mirato a consolidare la struttura nel rispetto dell’opera originale.
La costruzione merlata è composta da un pianterreno e tre piani: presenta sulla via finestre quadrate al primo, bifore al secondo e finestrelle gotiche all’ultimo, tutte decorate in cotto con ornamenti floreali, mentre sulla piazzetta d’Andrade la facciata è ingentilita da una balconata lignea.
Oggi il palazzo ospita la mostra permanente “La necropoli della Doma Rossa e il territorio di Pinerolo in età romana”. Infatti, nel corso dei lavori per la realizzazione del raccordo autostradale Torino-Pinerolo, vennero rinvenuti i resti di una necropoli romana in località Riva di Pinerolo, presso la Cascina “Doma Rossa”, con una trentina di sepolture che hanno restituito circa cinquecento oggetti di corredo. Nella suggestiva cornice della sala al pianterreno della Casa del Senato, sono quindi state ricostruite tre tombe con i relativi corredi, mentre al piano superiore sono in mostra altri oggetti funebri, tra cui alcuni preziosi vetri e suppellettili in metallo e ceramica.[4]
Il palazzo quattrocentesco ove risiedeva il vicario abbaziale di Santa Maria in Borgo di San Verano sorge al culmine del centro storico pinerolese. Esso ha una pianta irregolare che si eleva di quattro livelli a loro volta non regolari tra loro e affaccia su via Trento e su via Principi d’Acaja.
Tre portoni alla base dell’edificio hanno archi a sesto ribassato; il quarto ha l’arco a sesto acuto. Tutti gli archi sono stati completamente ricostruiti. La dimensione delle finestre, monofore a ogiva, decresce a ogni piano.
All’angolo tra le vie Trento e Principi d’Acaja, l’edificio ha lo spigolo smussato e rifinito in pietra: è noto come pera dla rason che tradizionalmente indica luogo in cui venivano messi alla berlina i debitori[5]. Durante il restauro del palazzo, sul balcone del secondo piano è emerso un affresco che presenta vari elementi tra i quali spicca lo stemma nobiliare dell’antica famiglia Romagnano, prima proprietaria dell’edificio.
[1] Ancora su Fornaca S., I castelli della provincia di Torino, Gribaudo, 2005, si riporta l’interpretazione per cui ad edificare il palazzo fu Filippo d’Acaja nel 1318.
[2] Miscellanea di studi pinerolesi, Società Storica Pinerolese, 2023, p. 19.
[3] palazzo_Acaia.pdf (archeocarta.org)
[4] Casa del Senato - Pinerolo - Munus Munus
[5] Fornaca S., op. cit., p. 299.