Nulla resta del castello che dominava il borgo di Bricherasio, il Castelnuovo, edificato sulla collina ancora oggi detta “del Castello”. Esso era, presumibilmente, originario del XII secolo, come ipotizzano Bolla e Pellice, che ne forniscono, altresì, una pregevole ricostruzione, per cui “a lavori ultimati il nuovo castello si presentava caratterizzato, a pianterreno, dalla grande sala di rappresentanza del Signore (grande al punto da essere riscaldata da due camini), in cui attraverso varie sale convergevano tutti gli ambienti del maniero, pavimentata e soffittata con l’impiego di 6000 mattoni acquistati nella fornace di Miradolo. Allo stesso piano vi erano poi le carceri, che furono provviste di catene e cippi per i prigionieri, e la stalla per le cavalcature e le bestie da soma. Al piano superiore un’altra grande sala ripeteva il motivo di quella del pianterreno, sempre provvista di due camini, ma soffittata con travi decorate ed inchiavardate con ferri, mentre diverse altre stanze servivano di residenza a chi dimorasse il castello. All’interno del suo recinto, formato da un muro a secco alla cui erezione avevano lavorato 55 muratori (parte dei quali come corvée) e 70 manovali, vi erano poi altre case per l’alloggio dei servi e della guarnigione, e vari depositi.” Peraltro, “ai piedi del castrum medievale era stato costruito un borgonuovo per volere dei Savoia-Acaja, insediamento anch’esso fortificato e in molti documenti ricordato come ricetto”.
Ciò è quanto fu a Bricherasio fino al 1592. Infatti, in quell’anno i francesi di Lesdiguierès espugnarono il borgo di Bricherasio rimaneggiandone fortemente le mura ed il castello, che peraltro era già stato oggetto di distruzione con l’ordine già menzionato del 1549 da parte del Governatore Caracciolo. Tuttavia, la posizione strategica del borgo, indusse il generale borbonico a permanere sul sito e renderlo un baluardo per il controllo francese, così l’esercito occupante e una buona parte della popolazione valdese, che appoggiava i correligionari ugonotti del Lesdiguières, ersero in soli due mesi “diece baluardi di terra con casematte e gagliardi fianchi: oltre di che per la loro vicinità potevano le fronti di esse servire per fianchi e furono cavate lunghe fosse, alzate le contrascarpe e i rivellini secondo che si mostrò necessario negli angoli, e poi nella cima del colle per sicura ritirata fu resa anche fortissima la rocca con fosso cavato per lo più nel sasso ed in ogni parte corrispondente al restante della fortificazione".
Da quanto detto, si evince la tipica struttura delle fortificazioni del ‘500 fatta realizzare dal Lesdiguierès, ovvero una forma poligonale che ricorda vagamente un pentagono, con opere staccate come rivellini e casematte a protezione delle mura, poste in modo frastagliato e sporgente così da tener sotto tiro gli assedianti da ogni angolo. Furono utilizzati anche terrapieni relativamente bassi, ma molto solidi e resistenti ai colpi di cannone. Inoltre, i francesi rafforzarono ulteriormente le difese facendovi portare “tre cannoni e due colubrine che aveva fatto trasportare da Exilles attraverso Sestriere, Pragelato, la val Germanasca e la val d’Angrogna".
Peraltro, ulteriore descrizione della fortezza, ci deriva dalla studiosa Viglino Davico, la quale rappresenta come: “la consistenza fisica del forte di Bricherasio è attestata da un disegno redatto a scopo di riconoscimento militare strategico durante l’azione che vede impegnati più di ottomila uomini - piemontesi, spagnoli, svizzeri - alla sua riconquista, nell’ottobre del ’94. [...] Il disegno d’insieme, di mano del Negro (Ercole, Signore di Sanfront, n.d.r.), ma non sottoscritto, mostra il forte inquadrato in un’ampia fascia territoriale coinvolta nelle operazioni di guerra. Mentre di là del Pellice sono schierate tre armate ugonotte, gli eserciti alleati e ducali sono attestati tutto all’intorno della fortezza, fruendo di un sistema complesso di forti e di trincieramenti in appoggio alle postazioni avanzate delle batterie.
La fortezza è costituita da due livelli di cinte con bastioni ad orecchione: l’una circonda le rovine dell’antico castrum sul livello superiore, l’altra racchiude il ricetto - di cui permangono tratti di mura e torri - e il borgo al piano di campagna. La cinta inferiore ha i parapetti “a palizada”, a protezione di uomini e cannoniere. Sul fronte meridionale, logo dove dederno la salto li spagnoli, la struttura era integrata da un’opera esterna, all’accesso. Entro la fortezza vi era un bel palazzo “commodo e ben fabbricato” che durante le operazioni viene demolito a cannonate.”
Inoltre, sempre per meglio comprendere come fosse strutturata la fortezza, ci rifacciamo al volume assedio 1594 con cui Balbo e Giaimo traggono spunto dal dipinto dell’assedio di Bricherasio di Giovanni Caracca (verosimilmente vero nome Johan Kraeck, pittore fiammingo della corte di Carlo Emanuele I di Savoia) e dal volume di Bollea: “La parte senz’altro più robusta era il castello, dotato di mura, bastioni e spalti su cui le truppe potevano manovrare; le cinte più possenti si trovavano intorno all’attuale chiesa, dietro il Belvedere e lungo l’antica strada di Cappella Moreri; al posto dell’attuale piazza S. Maria e della chiesa si trovava il cosiddetto “ricetto”, un gruppo di case con uno spiazzo separate dalla zona dell’odierno palazzo comunale da un muro: esse costituivano una specie di trinceramento avanzato della rocca verso il paese. Mura, palizzate e solidi terrapieni difendevano invece la collina dalla parte della valletta del Chiamogna, dove per altro la natura del terreno rendeva difficoltoso un assalto. Le difese del paese erano senz’altro meno robuste: in due punti, nel parco della casa Bessone in via del Portone ed all’estremità della proprietà Daneo all’angolo con via Calleri di Sala, si possono ancora osservare i resti dei bastioni angolari che costituivano verosimilmente i rivellini. Le mura di collegamento erano forse in pietra ma ancora più probabilmente formate da palizzate robuste: esse passavano lungo l’attuale via Campiglione correvano parallelamente all’odierna via del Portone, piegavano a destra lungo un piccolo tratto di via Molarosso e di via Carlo Emanuele fino al ricongiungersi alle mura sotto il Belvedere; dall’altra parte da via Calleri di Sala piegavano attraverso i terreni agricoli fin verso palazzo Cacherano (Palazzo Cacherano d’Envie, n.d.r.), dove si univano al resto della cinta.”
Anche il Garola, sulla base dei suoi studi, conferma tali vicende, descrivendo come “Lesdiguières erasi annidato in Bricherasio, che faceva grandemente fortificar specialmente sulla costiera, ove giaceva il castello, e nel suo recinto la chiesa parrochiale di Santa Maria, con il sontuoso palazzo del signor conte feudataro del luogo Caquerano signor d’Envie, abbruciandovi i detti edifici nel recinto travagliavano i lavorieri con un’estrema diligenza, e premura.”
L’evento più importante in cui fu protagonista la fortezza, fu l’assedio sabaudo del 1594: all’interno del forte era stanziata una guarnigione di circa 900 uomini (in realtà inizialmente si contavano 1500 soldati, poi martoriati dalle ripetute febbri), mentre un corpo d’armata composto da altri 1000 uomini occupavano i territori attigui nel pinerolese. A dirigere le difese fu nominato il comandante Scipion de Villeneuve, che si giovava dell’appoggio dei capitani italiani Cavazza, di Morra e Masserano, nonché del colonnello protestante Briquemaut. Inoltre, le truppe francesi ivi presenti erano poste in una situazione di difesa temporanea, potendo contare, almeno negli intenti, sul possibile sopraggiungere del Lesdiguiére, intento a radunare truppe nel Delfinato. Le forze sabaude, invece, erano decisamente maggiori, sebbene vi sia una enorme imprecisione sulle cifre: il Bollea illustra come le cifre fornite da documenti e storici sia una variabile ricompresa tra 7000 fanti e 1500 cavalieri e 15700 fanti e 1900 cavalieri e in modo condivisibile desume che debba interpretarsi una posizione intermedia tra i valori menzionati. Infatti, sin dall’estate del 1594, una volta scaduta la tregua di un anno concordata tra francesi e savoiardi, questi ultimi si erano alleati con gli spagnoli per costringere i transalpini a ripiegare oltr’alpe e liberare le valli del pinerolese. Il 14 settembre, quindi, le truppe comandate da Carlo Emanuele I Savoia mossero verso Torino e Carignano, per giungere, infine a Pinerolo il 17. Sin dalla notte tra 17 e 18, il duca in persona, alla testa di alcune centinaia di soldati piemontesi e borgognoni, tentò una sortita a sorpresa scalando le mura di cinta di Bricherasio. Tuttavia, il tentativo, iniziato alle 5 del mattino, fallì tanto per la scarsità di uomini quanto per l’approssimarsi del sorgere del sole. Sin dal mattino seguente, però, giunge a Bricherasio la cavalleria spagnola e l’intero esercito si accampò nel vallone di Chiamogna. “Come si può osservare dal «vero dissegno» di Johan Kraeck, le truppe si sistemano dividendosi per corpi e nazionalità seguendo un orientamento in direzione SW-NE: a Ovest, dove ora sorge la borgata di San Michele, si stabiliscono i Milanesi; procedendo verso Est si trovano gli accampamenti delle truppe piemontesi, quindi di fronte alla fortezza, nella zona Pedaggio-Accampamento (un toponimo che ricorda ancora l’evento) c’era il campo con i comandanti, le salmerie e i depositi dell’artiglieria, le truppe svizzere, la cavalleria savoiarda e i Borgognoni; leggermente discosti, nella zona tra Donio e Corbarano sono gli Spagnoli e sulle pendici della collina, le milizie paesane di Barge e Bagnolo che occupano il forte della Collina; più a Sud-Ovest, in direzione della cascina Mollar, il marchese della Piovera si attesta con truppe spagnole.”
In realtà, per vari giorni continuerà l’afflusso di truppe verso Bricherasio, con l’arrivo di altre centinaia di soldati spagnoli e svizzeri e 4 cannoni. Tale variegato schieramento, tuttavia, comporterà plurimi dissidi tra gli stessi assedianti, nonché alcune manovre diversive in chiave anti francese da parte soprattutto spagnola. In particolare, non fu apprezzata da Carlo Emanuele I la scorreria spagnola in Val Pellice e l’incendio della Torre di Luserna, una delle tante azioni volte ad impegnare le truppe mobili francesi, nonché le varie milizie valdesi pronte ad intervenire in soccorso degli assediati, le quali, dalla Val Chisone, si erano stanziate in Val Sangone e bassa Val Susa.
Con l’arrivo dell’artiglieria, tuttavia, l’assedio diviene un mero bombardamento continuo, che, sotto la pioggia battente di fine settembre, riesce ad aprire una breccia nelle mura bricherasiensi, spalancando la strada alle prime vittorie degli assedianti. Il primo ottobre, infatti, la breccia consente alle truppe di fanteria di addossarsi alle fortificazioni. Mentre borgognoni e piemontesi cercavano di scalare le mura con le scale, gli spagnoli tentarono di incunearsi nella breccia. In particolare, i cavalieri di Salinas y Villandrado, reduci dalle scorrerie in Val Pellice, preso atto del fatto che il grosso delle truppe francesi era impegnato a contenere spagnoli e ducali sul lato della Tagliarea, fece scender da cavallo i suoi uomini ed insieme a 500 fanti piemontesi forzò le palizzate sul lato verso Cavour, cogliendo sui fianchi i difensori, che disorientati abbandonarono le mura, rifugiandosi nel ricetto. Nel giro di un paio di giorni, gli assediati abbandoneranno anche il ricetto sotto i colpi dell’artiglieria, per rifugiarsi sulla rocca che fu il Castelnuovo.
Al contempo, il Lesdiguières era giunto nella pianura tra Pinerolo e Torino, ma l’esiguità delle sue truppe in confronto con gli ispano-piemontesi l’indusse a desistere dal tentar sortite che non fossero mere scorrerie nei borghi circostanti. Ciò anche in conseguenza al fatto che Carlo Emanuele I aveva fatto erigere una sorta di fortino a guardia della Val Pellice, per proteggere lo schieramento assediante, intento a preparare trincee e gallerie di mina verso la roccaforte francese. Anche i rinforzi giunti da Briançon e da Perosa non saranno tali da indurre Lesdiguières a tentar l’assalto alle forze alleate, decisamente più numerose e meglio piazzate, nonché ben difese dai fortilizi provvisori fatti erigere dal duca di Savoia. Ciò, indusse il comandante D’Espinouse, il 23 ottobre ad arrendersi con i 500 uomini rimasti ma con l’onore delle armi per aver resistito ad oltre un mese di assedio di una forza soverchiante.
L’assedio era vinto, ma il duca sabaudo, dopo aver lasciato a Bricherasio Scipione Cacherano ed il colonnello Ponte con una milizia di 1500 uomini, disporrà la demolizione di ogni residuo delle fortificazioni, temendo la possibile ricaduta delle posizioni in mani nemiche. Ciò, peraltro, fu proprio ciò che accadde. Con la rapida ascesa al potere del Cardinale Richelieu, la Francia riprese le proprie mire bellicose in tutta Europa e nel 1625 il duca di Lesdiguières scese nuovamente in Italia come trent’anni prima. Al contempo, Carlo Emanuele I Savoia fornì ai francesi un pretesto ottimale per invadere l’Italia, impegnandosi in un conflitto nel Monferrato.
Nel 1628 Bricherasio divenne di nuovo francese: “la presa di Bricherasio fu condotta dal maresciallo Schomberg con un esercito relativamente numeroso (9 reggimenti di fanteria e 22 cornette di cavalleria) e tale, comunque, da incutere terrore nella guarnigione, che si arrese senza combattere”. Gli invasori riedificarono rapidamente una fortificazione sulla scia delle strutture precedenti e nuovamente i ducali tentarono di recuperarlo, assalendolo il 27 giugno 1628. Tale tentativo, tuttavia, fallì e soltanto con il trattato di Cherasco del 1630 Bricherasio tornò sabauda: si stabilì, infatti, il definitivo passaggio di Pinerolo alla Francia e con essa tutta la Val Chisone, a fronte del ritorno della Val Pellice al ducato sabaudo di Vittorio Amedeo I.
Ciò comportò la definitiva distruzione di ogni residuo fortificato da parte dei francesi, che prima del 17 settembre, data di esecuzione del trattato, rasero al suolo le mura bastionate e la torre, che non verranno più riedificate, nonostante le scorrerie ed il banditismo dei valdesi (questo, come si è visto, a differenza del Forte San Michele di Luserna). A ciò si aggiunse, peraltro, l’epidemia di peste di manzoniana memoria che, portata dalle truppe francesi, decimò la popolazione di Bricherasio.
Si assisterà ad una parvenza di fortificazione del borgo soltanto nel 1706, quando i ducali resistettero strenuamente ai francesi, salvo nuovamente cadere per qualche settimana quando, durante l’assedio di Torino, Vittorio Amedeo II riparò in Val Pellice.
Un toponimo, Accampamento, riportato nella “Carta Topografica degli Stati in Terraferma di S.M. il Re di Sardegna” redatta tra il 1852 e il 1867, ricorda ancora gli eventi degli assedi subiti dalla fortezza di Bricherasio.