Oltrepassato l’abitato di Villanova, risalendo verso la Conca del Pra, si giunge alla località Mirabouc, nel punto esatto ove la carrozzabile incrocia il sentiero che sale direttamente dall’abitato di Villanova. Con un’osservazione attenta può ancora scorgersi, sulla roccia a monte, la scritta rossa ormai sbiadita che indicava l’esistenza del Forte Mirabouc, del quale, alzando lo sguardo, si distinguono i resti del bastione più basso.
Il forte fu edificato, a quota 1420 metri s.l.m., probabilmente intorno all’anno 1565 su ordine del duca Emanuele Filiberto di Savoia e di Sebastiano Grazioli di Castrocaro, governatore della Val Pellice per conto del duca, non tanto al fine di impedire un’invasione francese, bensì allo scopo di affiancare il Forte Santa Maria nel prevenire, impedendoli, i contatti tra i valdesi delle valli Pellice, Angrogna e Germanasca con i correligionari del Quéyras. Ci narra, infatti, il Rivoire, come anche Guglielmo Rorengo, nelle sue “Memorie historiche”, parlando dell’edificazione del forte, sottolineò come “Per contener meglio in ubbidienza il popolo, si fè edificare il forte di Miraboc vicino al confine del Delfinato, che serra il passaggio a valle”.
L’edificazione del forte, quindi, porta con sé una pluralità di motivazioni. Dopo il trattato di pace tra Francia e Spagna del 1559 a Cateau-Cambrésis, il duca di Savoia rientrava in possesso di buona parte dei territori che furono dei suoi antenati e aveva la necessità impellente di “costruire uno Stato”. Per far ciò, l’esigenza primaria era erigere un sistema di fortificazioni che ne permettessero la difesa dall’esterno ed il controllo dell’ordine interno.
Nel descrivere il forte, Teofilo Pons, in un suo studio, sottolinea che “l’aspetto del fortino era d’una certa imponenza e la sua pianta era di forma geometrica poco regolare, con l’angolo sporgente più marcato in direzione nord, verso il selvaggio dirupo roccioso incombente”.
Il forte, infatti, era costituito da una struttura pentagonale leggermente irregolare a causa della conformazione del picco roccioso su cui si trovava. Le due porte d’accesso, turrite e quadrangolari - Porta di Francia e Porta di Piemonte - erano situate ai due angoli del forte, con due rispettive torri a sovrastarle e proteggere i ponti levatoi d’accesso, su cui transitava la strada che passava, quindi, all’interno del forte.
La prima caratteristica che sarebbe saltata all’occhio, consisteva nella forma pentagonale, decisamente innovativa rispetto ai castelli medievali. Nei decenni a venire, le strutture fortificate verranno idealizzate e realizzate in forma poligonale e con la creazione di vertici e spigoli allo scopo di infrangere l’azione degli assedianti e migliorare il tiro d’artiglieria su questi. Nel Mirabouc si vede chiaramente come il vertice a spigolo del pentagono venne rivolto verso il costone della montagna. Ciò, tuttavia, aveva verosimilmente il solo compito di proteggere la struttura da eventuali valanghe, frequenti a quell’altitudine su costoni di roccia pendenti come quello dirimpetto il forte.
Per il resto, la struttura, come si evince dal disegno tratto dal volume di Teofilo Pons, che Giorgio Ponzio ritroverà agli Archivi di Stato, ricorda ancora un castello medievale con dei meccanismi di difesa che paiono delle caditoie, particolarmente efficaci in un contesto ristretto e austero in cui l’assediante aveva poco spazio a disposizione per attaccare.

Per il rifornimento idrico, pare che il forte fosse collegato al fiume attraverso una scalinata coperta, mentre all’interno delle mura erano presenti gli alloggiamenti, una cappella e le prigioni ed all’esterno si rinvenivano il cimitero ed alcuni baraccamenti. In realtà, il collegamento al fiume attraverso una scalinata coperta è desunto dal Pons sulla base di taluni disegni. D’altra parte, vista anche la pendenza dello strapiombo roccioso, pare più verosimile che il collegamento scalinato si riferisse ad una cisterna interna al forte, fatta realizzare e modificare più volte nel corso degli anni, come ben illustra Giorgio Ponzio in un suo studio. Qui, infatti, vengono menzionati documenti da cui più volte risultano esservi stati finanziamenti e/o opere di manutenzione inerenti la cisterna del forte e addirittura, nonostante i vari disegni raffigurassero una sorta di acquedotto, Ponzio ha brillantemente concluso, attraverso l’analisi della documentazione d’archivio, che soltanto nel 1680 vi fu l’assegnazione dei lavori per la realizzazione di un pozzo. Tale pozzo, fece sì che “dopo un non realizzato progetto d’acquedotto, attraverso l’uso provvisorio di una cisterna, a 111 anni dal probabile inizio dei lavori di costruzione e ad 88 anni dal primo progetto del Soldati, finalmente il Mirabocco poteva disporre di un sicuro rifornimento d’acqua.”
Come detto, funzione principale della struttura non era la difesa del confine, per cui sarebbe stato inidoneo vista la collocazione al di sotto di alture che avrebbero ben potuto agevolare il tiro dall’alto di un eventuale assediante, bensì il ruolo di vedetta e monito per le popolazioni valdesi sottostanti. Ma, come si avrà modo di spiegare, il ruolo che più segnerà la memoria collettiva del Mirabouc sarà quello di prigione.
Dopo la sua costruzione, tuttavia, si registrò la prima vera azione bellica del Mirabouc, assediato... proprio dai conti di Luserna che lo fecero erigere! Nel 1582, infatti, il governatore della Val Pellice, Sebastiano Grazioli di Castrocaro, divenne un locale don Rodrigo, facinoroso ed incontrollabile nella sua opera di taglieggiamento della popolazione. Carlo Emanuele I di Savoia, preso atto dell’impossibilità di gestire il Castrocaro, rifugiatosi al castello della Torre di Lucerna, ordinò al conte Emanuele Filiberto Manfredi di Luserna di espugnare tale castello e destituire il Castrocaro; ciò, mentre il fratello Carlo Francesco Manfredi riconquistava anche il Mirabouc, comandato da tal Carlo Pagliazza di Cuneo. Curioso l’episodio della riconquista: il Manfredi, preso atto dell’impossibilità di attaccare il forte senza artiglieria, condusse con sé pochi uomini, fingendo di voler solo conferire con il capitano per comunicargli l’ordine del Savoia di consegnargli il forte; il capitano, ottenuto un salvacondotto, uscì a parlare col Luserna e “questi, accarezzandolo e tenendolo sempre con la sinistra, mentre nella destra aveva il pugnale, riuscì, a dispetto delle minacce dei soldati, a penetrare nel forte che subito occupò senza difficoltà a nome di Carlo Emanuele I di Savoia”.
Furono poi i francesi, dieci anni più tardi, ad espugnare il Mirabouc, quando, in seguito alla discesa dal Monginevro del Lesdiguières e della sua conquista della Val Chisone, del Forte di Perosa, della Val Pellice e del Forte Santa Maria, anche il Mirabouc, presidiato dal comandante Giacomo Soldati, cadeva, in data 4 ottobre, per mancanza di rifornimenti di acqua.
Il forte rimase, poi, per 35 anni sotto il controllo dei duchi sabaudi e divenne, tra l’altro, un posto di pedaggio istituito dai Luserna sui passaggi tra la Val Pellice ed il Queyras. Ciò risultò eccessivo per le popolazioni d’oltralpe, che inviarono due rappresentanti, nel 1612, a Luserna e Torino.
Nuovo passaggio di mano ai transalpini avvenne nel 1630 con le guerre per la successione del Ducato di Mantova, quando le truppe del Richelieu, dopo aver conquistato il Forte di Bricherasio assediandolo da Pinerolo, ordinò alle truppe del Queyras di scendere dal colle della Croce ed espugnare il Mirabouc; ciò avvenne nella primavera dello stesso anno, ma già con l’armistizio di Cherasco del 6 aprile 1631, la Val Pellice tornava ai Savoia e con essa il Mirabouc.
Da qui in poi, per oltre un secolo, il Forte fungerà da prigione e da ricovero per le guarnigioni inviate per contrastare la guerriglia valdese del Janavel. Sono da segnalarsi, inoltre, la visita di Vittorio Amedeo II nel 1686, ospite del comandante Emanuele Cacherano d’Osasco, nonché la successiva assegnazione del forte alla gestione delle truppe valdesi nel 1690, dopo la riconciliazione tra il ducato ed i barbetti, che manterranno la funzione penitenziaria della struttura per la delinquenza comune ed i disertori.
Degna nota di menzione per il Mirabouc si ha allorquando, nell’ambito della guerra di successione spagnola che vide i franco-ispanici assediare Torino nel 1706, i francesi non riuscirono ad assediare con profitto il forte della Val Pellice. Infatti, dopo un tentativo intrapreso nel 1704, gli invasori, guidati dal generale La Para, furono costretti a desistere, vista la impossibilità di trasportare l’artiglieria necessaria ad un assedio a causa della strenua resistenza della guerriglia delle truppe locali.
Il forte rimase in mano ai francesi del capitano Bermond e poi del capitano Hérbert, sino a quando, dopo l’attacco diversivo dei sabaudi verso Grenoble ed il ripiego oltralpe delle truppe francesi, i forti vallivi vennero rapidamente riacquisiti dai ducali, che espugnarono il Mirabouc il 6 luglio 1595, con l’importante aiuto della popolazione locale e l’utilizzo di tre cannoni. Questi, portati sino a Villanova dai valdesi di Bobbio Pellice, indussero i francesi, benché forti di 300 fucilieri e 5 cavalieri, ad arrendersi.
Con il ristabilirsi del dominio sabaudo in seguito al trattato di Utrecht, il forte riprenderà la sua regolare funzione detentiva, sino a che, l’8 maggio 1794, alcune truppe rivoluzionarie francesi, circa 600 uomini, guidate da Vittorio Balthazar Caire-Morand di Briançon, scesero in Val Pellice dal colle della Croce e dalla Comba dell’Urina, espugnando il Forte e scendendo sino a Bobbio e Villar Pellice, per essere fermate dai piemontesi all’altezza del rio Rospart e ricacciate al Mirabouc ed al colle Barant. Quella fu l’ultima azione bellica del Forte, che venne demolito e lasciato in rovina dai rivoluzionari francesi nel corso della ritirata. Era l’11 settembre 1794.
Come detto, oggi rimangono pochi resti della struttura, ma sono ancora ben visibili un paio di muretti e la base di una delle torri circolari che componevano il bastione più basso del forte. Questi, oltre che preservati il più possibile, andrebbero certamente rivalorizzati e reclamizzati con idonea segnaletica e cartellonistica, volta ad indicarne quantomeno la presenza ai numerosi escursionisti che risalgono l’alta valle.
Per raggiungere il luogo ove imperava il forte, occorre risalire l’alta valle sino alla fine della strada, in Villanova. Qui, lasciata l’auto, si può prendere il sentiero che parte dalle case dell’abitato, ovvero percorrere la carrozzabile che sale a monte di Villanova. Dopo circa mezz’ora di cammino, nel punto in cui il sentiero e la strada si incrociano, ci si trova in località Mirabouc. Qui, guardando alla roccia accanto alla strada, si potrà notare la scritta che contrassegna l’esistenza del forte e con un po’ di attenzione si potranno scorgere i resti della fortificazione che fu protagonista delle vicende appena riassunte.