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La torre del ricetto di Riva di Pinerolo
A Riva la presenza di un ricetto è attestata da un documento del 1428, il Liber consignamentorum del Comune di Pinerolo, che descrive un nucleo fortificato con mura, case, piccole dimore non abitative e ayrali, spazi misti per persone e animali. Ventisei proprietari dichiaravano allora beni all’interno delle mura, segno di una comunità agricola strutturata e solidale.
Il ricetto sorgeva sfruttando il dislivello naturale della “ripa”, da cui la frazione prende il nome, per aumentare la difendibilità. Fin dalle origini era delimitato da una cinta muraria, con accesso attraverso una torre-porta (tuttora esistente ed unico resto visibile delle antiche fortificazioni), chiusa su tre lati e aperta verso l’interno. La torre, suddivisa in piani in legno collegati da scale interne, fungeva da ingresso carraio.
All’interno del ricetto, che in origine ospitava abitazioni e depositi, la funzione abitativa diminuì nel corso del tempo e aumentò quella di raccolta e conservazione dei prodotti agricoli. Le case si svilupparono all’esterno delle mura, dando origine al borgo.
Nel ricetto risiedeva, a nome della città di Pinerolo, un ufficiale definito castellano di Riva, Buriasco e Baudenasca, incaricato di amministrare la giustizia e custodire le prigioni. Nel Seicento la città intervenne per “accomodar le muraglie” e ripristinare il ponte levatoio, ormai deteriorato, a testimonianza della rilevanza strategica del sito. Nei momenti di pericolo, come attestano le cronache del XVI secolo, il ricetto era presidiato e usato come sede di attività istituzionali e militari.
Dal Settecento l’antico complesso perse la funzione difensiva e fu trasformato in azienda agricola, con lo spianamento del fossato e la piantumazione di gelsi. Una parte dell’area fu adibita a cimitero fino a metà Ottocento. Nel 1846 la proprietà del sito passò a Teresa Gioconda Danesy Bertea, la cui famiglia ne mantenne la titolarità fino a oggi[0].
Ad inizio Novecento la struttura ospitò alcune monache provenienti da Montauban, in Francia, che in seguito la abbandonarono per erigere una certosa autonoma presso la Motta Grossa, che rimase attiva sino al 1998.
Oggi la torre versa, purtroppo, in uno stato di degrado e abbandono, sebbene siano ancora apprezzabili la pianta quadrangolare della torre, con base in pietre di fiume e sommità in laterizio. Di successiva installazione sono l’orologio e la lapide ai caduti su una delle pareti.
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Le “motte” medievali intorno a Pinerolo
L’area a sud-est della città di Pinerolo, nei pressi della frazione di Riva, è caratterizzata dalla singolare frequenza del toponimo “motta”: sono tuttora così denominati diversi siti, e altre “motte” ancora sono note dalle fonti medievali e moderne. Ad esempio in una mappa francese di fine ‘600[1] troviamo: Château de la Motte lungo lo Chemin de Pjgnerol à Turin (l’attuale Motta Grossa, lungo Strada Vecchia di Piscina); il nucleo di Motte e Château de Santus presso il Castelet de Resan (l’attuale Cascina Castelletto, lungo la strada per Buriasco); le Motte de Vagnon e la Motte del Raisin presso la Tour Ponte (l’attuale Villa Motta Rasini e il nucleo di Torrazza), oltre all’emergenza monumentale dello Château de Tourion (l’attuale Villa il Torrione, in Strada Galoppatoio).
Il termine "motta", diffuso nel Nord Italia a partire dall’XI secolo, indicava originariamente un'altura, e successivamente le fortificazioni costruite su di essa. Si tratta perciò di strutture rurali bassomedievali, riferibili all’attività fortificatoria intrapresa da proprietari terrieri ambiziosi, ma privi di prerogative giurisdizionali (ossia non autorizzati alla costruzione di castelli), soprattutto nelle aree dissodate non lontane da centri di rilevanza urbana, ma già a una distanza tale da consentire la formazione di significative tenute agricole, con relativi insediamenti autonomi dal capoluogo[2].
In particolare nel caso pinerolese la presenza delle motte (attestate solo dal primo Quattrocento, e poi con continuità fino ad oggi) sarebbe riferibile all’attività e alle ambizioni di prerogative feudali dei Trucchietti, famiglia entrata nell’entourage sabaudo a metà Trecento, e di altre famiglie pinerolesi. Proprio i Trucchietti avrebbero avuto la loro motta nel complesso denominato Motta Grossa, la cui prima menzione di strutture fortificate è dei decenni centrali del Trecento, posto lungo la strada antica da Pinerolo a Torino al confine con Roletto. L’importanza del sito è confermata dalla cartografia storica, da cui emerge come durante la seconda dominazione francese (1630-1696) il confine tra la Francia e il ducato sabaudo intersecasse la direttrice viaria proprio nei pressi della Motta Grossa. Descrizioni catastali settecentesche restituiscono anche la leggibilità delle strutture medievali, oggi abbandonate e inaccessibili, con il castello circondato da fossati, ponti di accesso, mentre attorno al nucleo medievale sorgevano cascine regolari a corte, mentre la cappella e il giardino completavano la parte signorile del sito. Il volto medievale del sito era noto anche ad Alfredo d’Andrade, che nelle sue ricognizioni sull’architettura di castelli subalpina visita il sito chiamandolo Motta Campredon, dal nome dell’allora proprietario[3]. Nel 1903 presso la Motta Grossa si insediarono le monache certosine, che ristrutturarono gli edifici per realizzare la loro comunità religiosa. In seguito, nel 1936, visto la notevole crescita del numero di monache, si decise di erigere una certosa autonoma conosciuta con il nome di Motta Grossa, che rimase attiva fino al 1998. La certosa fu poi ceduta all’Istituto Diocesano di Torino, che da allora l’ha abbandonata[4].
Per quanto riguarda la Motta Santus, il cui toponimo è dato dal proprietario settecentesco (il conte Santus), nel corso dell’Ottocento l’edificio principale ha subito consistenti riplasmazioni stilistiche neomedievali, con l’aggiunta di merlature e torrette che ne definiscono l’aspetto attuale. A poche decine di metri si trova la Motta Rasini, che aveva già perso nel Settecento connotati fortificati, in quanto risulta descritto come ricca tenuta nobiliare. A sud della Motta Santus vi era il complesso della “Torassa” (catasto napoleonico), già “Regione della Torre” nel catasto Buniva e “Tour Ponte” nelle mappe di fine ‘600, ed ancora oggi il nucleo abitativo è denominato Torrazza.
Altre motte attestate già nel 1428 sono la Motta Rubiani, che fu probabilmente all’origine dell’omonimo addensamento rurale, e la Motta Vagnoni, di cui non rimane attualmente nessuna traccia. Si dice che esistessero dei cunicoli sotterranei, che collegavano la torre di Riva con le varie “motte” circostanti, ma non è mai stata svolta alcuna indagine in merito.
Infine citiamo il Château de Santus o Castelet de Resan, una casa-forte il cui nucleo originario risale al Quattrocento, immersa nella campagna di Buriasco al confine con Pinerolo, nel luogo che un tempo segnava il confine tra il Ducato dei Savoia e la Francia. Nel Settecento era di proprietà della contessa Valperga Santus, che la trasformò in una residenza signorile. Il palazzotto si divide tra la parte nobile con gli appartamenti dei proprietari e un secondo nucleo per le attività agricole e zootecniche. Sulla parete nord dell’edificio sono ancora visibili le aperture per le catene che sostenevano il ponte levatoio, poi rimosso nell’Ottocento, così come il fossato che è stato riempito. Quando la proprietà fu comprata da Luigi Sciolla nel 1830, la struttura venne infatti molto ristrutturata[5]. Oggi il Castelletto ospita un agriturismo e B&B.
Tra le motte medievali che vantano un importante recupero e assumono valenza anche in tempi moderni, merita una menzione il complesso denominato “il Torrione”, nei pressi della frazione Baudenasca.
“La Villa del marchese Doria Lamba di Pinerolo è un complesso d’origine medioevale che si è ingrandito nel tempo sino a raggiungere, agli inizi dell’ottocento, la struttura attuale d’elevato pregio artistico nella sua forma neoclassica. La prima raffigurazione visiva del Torrione fu redatta da Bertino Rivetti attorno al 1558: in essa sono raffigurati una serie di edifici componenti una struttura castellata, formata da un mastio con torre merlata, circondata da un impianto di mura a quadrilatero con torri cilindriche agli spigoli.
Appartenuta inizialmente alla nobile famiglia pinerolese dei Trucchietti, feudatari della Val San Martino (attuale Val Germanasca), quindi dei Conti Canera di Salasco, il fortilizio (di cui restano le basi scarpate del torrione medioevale nei sotterranei della villa) fu trasformato, nel seicento, in villa di campagna con ampi giardini. All’inizio dell’ottocento la villa fu ampliata con interventi degli architetti Ignazio Michela e Alessandro Antonelli. Nel 1856 il Torrione fu acquistato dal marchese Leone Doria Lamba. Attuale proprietario è il marchese Leone Doria Lamba, discendente del ramo dogale dell’antica famiglia genovese che annovera tra i suoi più importanti esponenti l’ammiraglio Lamba Doria, vincitore nel 1298 della battaglia di Curzola fra genovesi e veneziani, durante la quale, tra l’altro, fu fatto prigioniero anche Marco Polo.
La villa, che s’innalza su tre piani, apre l’ingresso principale su un salone di forme barocche che si affaccia a nord sul viale centrale e a sud sul parco con i viali secolari che giungono al laghetto, oltre il quale si apre un’ampia visuale sulla campagna circostante. Al primo piano troviamo il salone da ballo a pianta ovoidale coperto da calotta a sesto ribassato con pavimento a mosaico in marmi policromi: il suo disegno a ventaglio, di derivazione classica romana, richiama le forme largamente utilizzate da Pelagio Palagi nelle architetture carloalbertine. I saloni adiacenti conservano decorazioni ottocentesche, tra cui spiccano cicli pittorici con soggetti mitologici. A seguire le camere, con volte e cornici in stucco e con leggere decorazioni pittoriche che riprendono motivi a grottesche e di segni zodiacali.
Accanto alla villa si trovano diversi edifici complementari, tra cui delle rimarchevoli cucine medioevali e l’ala della “Bigataia”. Quest’ultima un tempo zona adibita all’allevamento dei bachi da seta, oggi, dopo un accurato e meticoloso restauro che ha valorizzato tutto il fascino e il calore dell’ambiente antico, è destinato all’ospitalità del Bed & Breakfast.”[6].
Di particolare pregio è, inoltre, il parco del Torrione, realizzato quale giardino all’italiana a metà dell’Ottocento sulla base di un disegno del noto Xavier Kurten. Ancora oggi il sito conserva numerose varietà di arbusti e alberi.
[0] Studi di Giancarla Bertero, publicati sull'Eco del Chisone, edizione del 29/10/2025
[1] Carte particulière des environs de Pignerol, fine secolo XVII, Parigi, Bibliothèque Nationale, Département des Cartes et Plans, RES.GE.DD.4586[6]219
[2] Andrea Longhi (a cura di), Catasti e Territori, Alinea ed., p. 244
[3] Ibidem, p. 246-247
[4] https://cartusialover.wordpress.com/2021/01/15/la-certosa-di-motta-grossa/
[5] https://iltorinese.it/2024/09/06/il-castelletto-di-buriasco-tra-platani-e-scuderie/
[6] www.iltorrione.com/la-dimora-il-parco.htm